Dean SPA e le richieste delle PMI

Con Antonio De Michele, Presidente del CDA della conceria campana Dean Spa, abbiamo analizzato le prospettive del settore in vista della ripartenza. Una discussione sul valore della sostenibilità, le opportunità del digitale e le sfide culturali che si trovano davanti istituzioni, consumatori e aziende.

Come avete reagito - come azienda e come settore - al Corona Virus?

Abbiamo subito in maniera resiliente finora, ma vorremmo che questa esperienza si trasformi in un’occasione di antifragilità: più che restare gli stessi dopo questo shock speriamo di dar luogo a una cosa migliore. Dobbiamo effettuare scelte e costruire processi decisionali in una condizione di grande incertezza che non poteva essere prevista, in cui prevale l'ignoto e sussistono casualità, imprevedibilità, opacità o una comprensione incompleta delle cose. Speriamo insomma che tra queste difficoltà nascano delle opportunità.

Le sfide sono tante: produzione sostenibile, societing, comunicazione, digitale. Le aziende devono innanzitutto farsi carico del ruolo che ricoprono nella società assumendosi tutte le dovute responsabilità nei confronti dell’ambiente, dei lavoratori, dei propri consumatori. È chiaro a tutti che il digitale rappresenta un’enorme opportunità, chi aveva uno shop online operativo e ben strutturato ha tratto sicuramente vantaggio negli ultimi due mesi, ma non basta la tecnologia. È necessario un investimento nella costruzione dell’immaginario futuro, in una comunicazione che sappia supportare i cambiamenti.

Qual è a suo parere la condizione delle aziende?

Il tessuto imprenditoriale del Made in Italy nel settore moda è fatto da tantissime piccole e medie imprese manifatturiere. Tante di queste erano in difficoltà già prima del coronavirus, soprattutto quelle che non avevano avviato processi di internazionalizzazione. Questa crisi aggrava la loro difficoltà, e al momento le misure approntate dal governo non possono dirsi efficaci. È giusto che grandi gruppi, finanziariamente solidi, debbano restituire i finanziamenti ricevuti e funzionali a una temporanea mancanza di cashflow. Ma alle piccole imprese andavano erogati contributi a fondo perduto. In più le banche stanno aggiungendo ulteriore difficoltà, erogando la differenza tra le concessioni coronavirus e i debiti pregressi: a queste condizioni le aziende non potranno avere le risorse per la ripartenza.

Quali step serviranno per ripartire?

Il cambiamento maggiore dovrà essere culturale e valoriale. È da tempo in atto un adeguamento alla sostenibilità, prima in troppi casi più formale che sostanziale, dovrà invece diventare un valore aziendale da perseguire con profonda convinzione.

Poi dovremmo dare maggiore rilevanza a prodotti durevoli, con un proprio valore intrinseco, da conservare e tramandare. Questo dovrebbe comportare un minor consumo di materie prime, minori investimenti per sfilate ed eventi, un minor spreco e un’economia più salda, meno dipendente dalle troppe collezioni volatili.

Il governo dovrebbe riflettere sull’importanza di un settore strategico come la moda e mettere in campo azioni creative ed efficaci per la promozione del Made in Italy nel mondo, più di prima.

Si aspetta delle inversioni di tendenza a livello di settore?
Diversi imprenditori hanno dichiarato che la speranza futura consiste nelle filiere corte e nell’investimento nel mercato interno. Ma noi non saremmo d’accordo. Nel nostro settore la filiera corta è difficilmente realizzabile e alcuni dei motivi sono strutturali alla società italiana. Acquistiamo le materie prime soprattutto all’estero perché in Italia non sono reperibili della qualità necessaria, non essendo state incentivate nei decenni scorsi pastorizia e zootecnia. In più i nostri clienti sono per circa il 50% all’estero o sono comunque brand del lusso che, pur producendo in qualche caso in Italia, hanno i loro maggiori interessi fuori dall’Italia. Il nostro settore esporta il 74% di quanto produciamo verso 122 Paesi. I nostri clienti, a loro volta, hanno quote di export che sfiorano il 90%.

Speriamo, quindi, che l’interesse nel mondo del Made in Italy si conservi intatto e si abbia la capacità di esportare ancor più di oggi, se possibile.