Vai al contenuto principale

Il Made in Italy ha un grande problema, ed è anche colpa nostra

Il futuro del Made in Italy passa dalla formazione, dal ricambio generazionale e da una nuova alleanza tra scuola e impresa

di Alessia Caliendo

15 aprile 2026

Conceria

Per anni il Made in Italy è stato raccontato soprattutto come un patrimonio di qualità, stile e manifattura. Oggi, però, questo non basta. Il nostro paese non ha ancora capito che non può solo vantarsi del suo marchio di qualità, e che deve non solo portare avanti un’eredità produttiva, ma capire come renderla continua, accessibile e attuale per chi dovrà portarla avanti.

 

Il primo nodo è il ricambio generazionale. Senza un ingresso reale di nuove professionalità, il Made in Italy rischia di restare un segno distintivo fortissimo sul piano simbolico, ma più fragile su quello produttivo. Nessuna filiera si conserva da sola. Ha bisogno di giovani preparati, di profili tecnici, di persone in grado di entrare nei processi e farli evolvere.

Il saper fare non può più essere solo evocato. Per troppo tempo è stato trattato come un valore quasi automatico, ereditato per tradizione e destinato a trasmettersi da sé. Oggi non è più così. Quel patrimonio va tradotto in percorsi chiari, in occasioni formative concrete, in strumenti capaci di trasformare una cultura produttiva in una competenza reale.

 

Il rapporto tra scuola e impresa va rafforzato. Se questo legame resta occasionale, il sistema continua a perdere forza. Serve invece una connessione stabile, leggibile, costruita nel tempo. La formazione non deve essere più pensata come un momento separato dall’impresa, ma come una parte integrante della costruzione della filiera. In questa direzione va anche la CFMI Academy 2026. Il progetto nasce dalla collaborazione tra Centro di Firenze per la Moda Italiana, UniCredit e Pitti Immagine, con Piattaforma Sistema Formativo Moda ETS e Polimoda come Educational Partners. Ed è proprio questo il segnale più interessante: la formazione non viene più pensata come un momento separato dall’impresa, ma come una parte integrante della costruzione della filiera.

 

Investire nel nuovo. Le filiere del Made in Italy continuano ad avere bisogno di manualità, precisione e sensibilità per il prodotto, ma chiedono anche capacità di interpretare l’innovazione, familiarità con processi più complessi, visione organizzativa e nuovi linguaggi.

 

La cosa più importante da capire è che il problema del Made in Italy è anche colpa nostra. Non può essere più solo una responsabilità privata, affidata alle singole imprese o alle dinamiche interne dei territori. Deve diventare, e per fortuna sta accadendo, un tema pubblico, da riconoscere apertamente. E questo è un passaggio importante, perché sposta l’attenzione non solo su chi produce bene, ma anche su chi sa insegnare, accompagnare, trasferire esperienza e metodo. In altre parole, su chi rende possibile la continuità.