Dalle tovaglie perugine allo sfilato siciliano: in viaggio tra i saperi tessili italiani
Cinque tradizioni regionali raccontano un patrimonio di tecniche, materiali e gesti che continua a ispirare il tessile contemporaneo
di Alessia Caliendo
5 giugno 2026

Dagli archivi ai laboratori, molte lavorazioni tessili italiane continuano a offrire spunti concreti al presente. Custodiscono tecniche rare, ma anche un modo preciso di pensare superfici, dettagli e qualità. Dopo il primo episodio, il viaggio prosegue con cinque saperi regionali da osservare da vicino, partendo dalla loro materia prima: il tessuto, il gesto, il tempo necessario a costruirli.
Le tovaglie perugine sono una delle grammatiche tessili più riconoscibili dell’Italia centrale. Lino, fondo chiaro, fasce decorative blu, figure animali, motivi araldici, iscrizioni ed elementi vegetali compongono superfici che sembrano stare a metà tra tessuto liturgico, codice miniato e disegno ornamentale. Il loro uso attraversa secoli, chiese, conventi, inventari e doti familiari. Attorno a questa tradizione si inserisce anche la storia di Tela Umbra, fondata a Città di Castello nel 1908 da Alice Hallgarten e Leopoldo Franchetti, con un laboratorio pensato per dare lavoro alle donne e continuità alla tessitura a mano.

A San Leucio, in Campania, la seta racconta una storia in cui manifattura, architettura e comunità convivono. Il complesso nato attorno al Belvedere fu destinato alla produzione serica e organizzato come un vero sistema produttivo, con telai, abitazioni, scuola, botteghe e regole sociali. Damaschi, lampassi e broccati non sono soltanto tessuti preziosi: sono il risultato di un progetto più ampio, dove il sapere tecnico dialogava con un’idea di vita collettiva. Ancora oggi, il percorso museale conserva telai a mano, torcitoi e strumenti che restituiscono la complessità di quella filiera.

Il merletto a tombolo di Isernia ha una presenza più minuta, ma altrettanto forte. Nasce dall’intreccio di fili sottili, spesso in cotone avorio, mossi dai fuselli su un cuscino e guidati da un disegno preparatorio. La tradizione viene fatta risalire al XIV secolo e alla diffusione nei monasteri femminili, per poi diventare un sapere trasmesso di generazione in generazione. La sua bellezza sta nella precisione: pieni, vuoti, passaggi e nodi costruiscono un disegno leggero, ma estremamente tecnico.

Longobucco, in Calabria, porta con sé una tessitura profondamente legata al territorio silano. Il borgo è noto per tappeti, coperte e manufatti in lana, cotone e seta, con un repertorio di motivi antichi e contemporanei, mentre la tradizione locale comprende anche la lavorazione della ginestra, dalla pianta al filo. Nella coperta longobucchese il disegno nasce dentro la struttura del tessuto, attraverso lavorazioni che possono essere a rilievo, piatte o realizzate secondo tecniche locali tramandate dalle tessitrici. Al centro, nelle bordure e nelle greche, ogni elemento segue una costruzione precisa.


Lo sfilato siciliano è invece una lavorazione fondata sulla sottrazione. Si parte dalla tela, si eliminano alcuni fili e si apre una griglia, che viene poi ricostruita attraverso ricami, nodi, pieni e reticoli. Il Museo del ricamo e dello sfilato siciliano di Chiaramonte Gulfi conserva più di duecento pezzi, tra tende, tovaglie, asciugamani, paralumi, paramenti sacri, telai e strumenti d’epoca. Questa tecnica lavora sul rapporto tra presenza e assenza, luce e ombra, materia e vuoto. È una forma di ricamo che alleggerisce il tessuto senza svuotarlo di significato.
